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Intervista a Violetta Corazza



19/12/2011

Si fa un gran parlare di equità sociale, di uguaglianza, di pari diritti tra uomo e donna, ma spesso queste cose rimangono solo parole e si tende a dimenticare che la posizione della donna oggi in Italia è probabilmente, e paradossalmente, ancora più precaria di quella dell'uomo.

Come dire, non solo siamo in crisi ma le donne in questo paese ed in questo momento, lo sono ancora di più.

È importante capire che c'è qualcuno che fa qualcosa per cambiare questa situazione, è importante capire che c'è qualcuno che passa dalle parole ai fatti aprendo la propria azienda alle donne più che agli uomini, cercando di aiutare chi più in difficoltà e ottenendo risultati straordinari sia dal punto di vista qualitativo sia dal punto di vista umano e dell'immagine.

Oggi riportiamo un pezzo dell'intervista del Carlino di Bologna ha voluto fare a Violetta Corazza, la “Deus ex machina” di Corazza Grup, quest'azienda bolognese che opera nella produzione di plantari correttivi ed ortopedici.

 

“ESISTONO le aziende rosa? Intendendo per tali quelle che sono organizzate a misura di donna, dirette da una donna e dove i dipendenti con le mansioni più importanti sono donne? Se qualcuna ce n’è, la Corazza di Molinella, specializzata in plantari ortopedici, le rappresenta tutte al meglio. Diretta da Violetta Corazza, conta 26 dipendenti, il novanta per cento dei quali donne. Gli orari di produzione, concordati tra la direzione e le dipendenti, vanno dalle sette del mattino alle tre e mezza del pomeriggio. Perché così si guadagna tempo nell’arrivare sul posto di lavoro (la mattina alle sette non c’è traffico) e ne rimane ancora al pomeriggio per i figli e la vita familiare. In un momento economico che induce a pochi sorrisi, la Corazza offre un mestiere e uno stipendio preferibilmente all’altra metà del cielo.

Tanta propensione verso l’approccio femminile al lavoro trova origine nella storia della signora Corazza, che in questa stessa fabbrica cominciò a lavorare a dodici anni, sotto lo sguardo dei genitori.

«Mio padre Dino — racconta — aveva appena fondato l’azienda. Lui era un falegname e non sapeva niente di ortopedia. Però costruiva gli stampi che servivano a realizzare i plantari. E lavorava i materiali base: il cuoio e il sughero».

Servivano anche macchine per industrializzare il processo?

«Certo. E lui riusciva ad adattare quelle che esistevano già alle particolari esigenze delle nostre lavorazioni. Poi creò stampi in alluminio per plantari che andavano bene a tutti i negozi ortopedici, perché potevano modificarli a loro piacimento. Li usiamo ancora oggi».”

 

A questo indirizzo anche un video dell'intervista a Violetta.

Ovviamente potete andare a leggere tutta l'intervista all'articolo originale, ma quello che ci premeva è far capire che il passare dalle parole ai fatti non è solo possibile ma anche auspicabile e spesso vantaggioso.

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